
La gravidanza durante una pandemia è tosta, non c’è che dire, eppure sono convinta che il riposo forzato e la scarsa esposizione al rischio mi abbiano dato un aiutino a superare il primo trimestre, dopo le due precedenti interruzioni.Per fortuna ho già Alice: una piccola meravigliosa streghetta di quattro anni e mezzo. Lei è stata il centro della mia gravidanza: fatica e salvezza.
Con lei avevo seguito un validissimo corso pre parto al Consultorio, mi sentivo pronta al grande evento, indubbiamente più serena e consapevole della prima volta! Mi ero solo detta che stavolta no, non mi sarei fatta pregare due ore dall’ostetrica per una doccia calda… “Col cavolo! Mi ci fiondo sotto appena posso! “. Il mio termine presunto era stato fissato al 2 ottobre, ma il 21 settembre alle 6:00 di mattina, vengo svegliata da fitte al basso ventre. Una… due… tre… distanziate e decisamente sopportabili.
Decido di alzarmi per fare colazione. Accendo la TV ma non riesco ad ascoltarla. Appoggio la tazza, mi alzo e vado alla finestra a cercare l’immagine di calma più vicina a me: la ragazza cinese dello studentato di fronte casa mia che si trucca in accappatoio a tutte le ore del giorno… Ma niente, non c’è: alle sei non si trucca. Allora finisco il latte e decido di truccare me: sarà meglio rendersi presentabile stavolta. Nelle prime foto con Alice ero orrenda!
Le contrazioni vanno avanti tutto il giorno, ma sono distanti. Io provo ad alternare momenti in cui cerco posizioni comode che allevino il dolore, a momenti in cui vado in giro per casa ad appiccicare post-it su cassetti e specchi: “Leggings/Maglie a manica corta/Mutande/Denti e Pipí/…”.
Non ero preoccupata di lasciare per un paio di giorni Alice al papà (sapevo che se la sarebbe cavata benissimo da solo), semplicemente non ero pronta, non mi era mai capitato, l’idea di non esserci mi metteva a disagio. Per tutto il pomeriggio è stato il mio unico tarlo: stasera non la metterò a letto, non sarò io a farle la coda ai capelli domattina, non andrò a prenderla a scuola.
Mentre sono intenta a seminare aiutini e raccomandazioni, mi accorgo che ho bisogno di fermarmi molto più spesso: penso sia il caso di cominciare a scrivermi gli orari delle contrazioni. Prima ogni 13 minuti, poi 11, 12, 8, 7…di nuovo 11. Sono circa le 19:00. Non si può dire che siano regolari, ma il mio compagno comincia a suggerirmi di andare in ospedale.
Decidiamo di cenare con calma, ma da seduta i dolori diventano insopportabili. A metà pasto mi alzo e vado in bagno per nascondere la tensione sul volto e abbandonarmi ad una postura più comoda. Cristian mi segue e mi sollecita di nuovo ad andare.
In quegli attimi, il baricentro dei miei pensieri trasla totalmente. L’ipotesi che Alice possa finire a scuola in pigiama e coi rasta in testa non mi sfiora neanche più, adesso riesco solo a pensare a quello che ho già vissuto la prima volta: il travaglio lunghissimo, io che vomito di continuo fino a non avere più liquidi da cacciare, il mio compagno che mi sorregge con tutte le sue forze ad ogni contrazione.
Comincio a sentirmi tesa. Decidiamo di far intanto venire mia madre per tenere la bimba. Lei si materializza poco dopo, quando ho già la giacca addosso e il borsone in mano. Inutili i suoi sforzi per alleggerire il clima: il saluto con Ali è, dapprima, un impacciato tentativo di trattenere le lacrime e poi un lungo e stretto abbraccio in cui ci lasciamo andare con le facce bagnate.
Arriviamo al Pronto Soccorso Ostetrico Ginecologico alle 22:00 e subito mi prendono dentro per il tracciato. Seduta sulla mia poltroncina scambio qualche parola con la biondina che mi sta a fianco, ma intanto noto che le contrazioni non solo si sono allontanate, ma si sono anche affievolite. Mi fanno tornare in sala d’aspetto dal mio compagno, in attesa della visita, ma gli dico chiaramente che “butta male” perché il tutto sembra essersi fermato: “in mezz’ora avrò sentito a malapena una sola contrazione forte”.
La visita purtroppo conferma la mia sensazione: il travaglio attivo non è partito, si tratta solo di prodromi e come dilatazione sono a “meno di un dito”. Potrebbero volerci ancora diverse ore, per cui, complice la vicinanza casa-ospedale, mi suggeriscono di tornare quando, per un’ora consecutiva, avverto contrazioni ogni 4/5 minuti o in caso di rottura delle acque.
Alle 23:00 siamo di nuovo a casa. Alice dorme già da un po’. Mia madre no! Saranno anche prodromi, ma io sto male… e il pensiero di avere ancora davanti lunghe e sofferenti ore di travaglio, per la seconda volta, mi getta nello sconforto. Provo a seguire il consiglio dell’ostetrica e cerco di rilassarmi sia seduta sul divano che sdraiata. Niente da fare, mi sembra addirittura che peggiorino. Provo e riprovo per un bel po’, fino a mezzanotte.
Nel tentativo di trovare sollievo, chiedo a Cristian di portarmi il tavolino di plastica di Alice nella doccia, per potermi sedere lì dentro. Lui non è convinto che sia una buona idea: “e se si rompono le acque e non te ne accorgi?”. Io però non ho dubbi, ricordo bene il sollievo di quel getto caldo durante le contrazioni. Mia madre resta in bagno con me. Le contrazioni continuano, sono forti, sono tutte forti e vicine, tutt’altra storia rispetto a quelle del tracciato!
Chiedo a mia madre di chiamare Cristian, voglio provare ad accasciarmi su di lui come avevo fatto con Alice. Lei lo chiama, ma continua a ripetermi che si sono avvicinate molto e che dovrei tornare in ospedale. Mi abbandono col corpo alla forza delle sue braccia, ma non faccio in tempo a rimettermi in piedi che subito ne arriva un’altra… e poi un’altra, un’altra e ancora una.
Loro sono più agitati di me e continuano a ripetermi che si sono avvicinate molto e che dovrei tornare in ospedale… “ma non è da un’ora che le ho così, hanno detto di aspettare almeno un’ora, Non voglio stare lì da sola, Non ti farebbero entrare!”. Vengo clamorosamente ignorata: Cristian va di sotto a prendere la macchina per avvicinarla al portone e mia madre mi aiuta a rimettermi il pantalone.
A fatica cerchiamo di raggiungere l’ascensore. Quando sono sul pianerottolo i dolori sono lancinanti e all’improvviso sento qualcosa in mezzo alle gambe. Appoggio una mano e sento scendere qualcosa di tondo. La porta dell’ascensore si apre. Ma è tardi! È tardi anche per cercare una soluzione alternativa.
Riesco solo a formulare un pensiero semplice: mi serve qualcosa di morbido: il letto! Mia madre mi vede indietreggiare e mi incoraggia a raggiungere la macchina. Lo escludo! “Dì a Cristian di chiamare un’ambulanza. Andiamo sul letto, aiutami.
È la bambina. La sento. È qua. È la bambina, mamma, è la bambina!” È una preghiera d’aiuto la mia. Un urlo di paura soffocato sottovoce per non svegliare Alice. Arrivo sul ciglio del letto e ci appoggio le mani per piegarmi in avanti.
Cristian ha già chiuso la prima telefonata col 118 e sta aiutando mia madre a sfilarmi il pantalone.”C’è la testa”, dice lei, e in quel momento sento arrivare una contrazione fortissima e quel qualcosa “di tondo” scendere sempre di più. Riesco solo a dire “prendetela” e, l’attimo dopo, Martina scivola verso terra con una sola spinta. La prendono al volo, insieme, a quattro mani, e me la mettono immediatamente tra le braccia, neanche fosse infuocata! Non è infuocata… ma è caldina, piccolissima e viscida.
La tengo a pancia sotto e me la appoggio al petto, poi la copro con un lembo del cardigan. Cristian intanto ha già richiamato il 118: stavolta è più concitato, ha un tono alto, parla veloce, si muove nella stanza, controlla la bimba, segue le indicazioni del medico. Io resto inerte. Non riesco neanche ad essere agitata. Ce l’ho in mano e semplicemente non ci credo. Lei è immobile, ha gli occhi spalancati e sembra avere la beatitudine di chi non desidera stare in nessun altro posto di quello in cui si trova. Non ha pianto per niente, ha solo accennato un piccolo “gne”. Ora si sente solo il suo respiro rumoroso.
Mia madre, nel suo unico momento di lucidità, mi suggerisce di provare a liberare il nasino dai muchi. Mi sembra una buona idea e le do subito indicazioni per raggiungere l’aspiratore nasale che ho in casa, tra i medicinali. Lei rimane in piedi, con lo sguardo perso, poi si gira per seguire Cristian che intanto sta andando al portone ad accogliere i soccorritori, poi torna a guardarmi, ripetendomi che dovrei liberarle il naso. Di nuovo? “Mamma! Ascoltami!” le urlo… E finalmente riesce a seguirmi.
Dopo l’aspirazione, il respiro sembra decisamente migliorato. In quell’istante entrano in casa i 3 infermieri del 118, uno di loro è al telefono e guardandomi allontana un attimo il cellulare dall’orecchio per dirmi :”tranquilla, sta arrivando il medico, era dietro di noi”. Vorrei rispondergli “mi basti tu, guardala, prendila, dimmi che sta bene” ma riesco solo ad annuire in silenzio.
Nessuno ci tocca, neanche il medico. Ci osserva soltanto e sembra sereno, ma neanche lui mi dice un chiaro “tranquilla, sta bene”. Dice ai ragazzi di spostarci sulla sedia a rotelle, facendo attenzione a non danneggiare il cordone; poi si rivolge a mia madre e chiede di avvolgerci con asciugamani e coperte. Finalmente siamo pronti, andiamo in ospedale.
Nel tragitto, l’infermiere mi sistema meglio la coperta e mi dice “tranquilla, siamo arrivati!”. A me, in realtà, non importa quanto manca, vorrei solo che qualcuno mi dicesse che Martina sta bene. Annuisco di nuovo.
L’ambulanza si ferma poco dopo. Finalmente entriamo nel Reparto di Maternità. In ascensore Cristian è già accanto alla barella e mi stringe la mano. Arriviamo al piano e, appoggiati alle pareti del corridoio, troviamo medici e infermieri che ci sorridono e che ci dicono che siamo stati tutti bravissimi. Entriamo nella sala parto, è grande e c’è un gran via vai di camici: finalmente ho dei medici attorno! Due ostetriche ci spostano sul lettino, chiudono il cordone e lo tagliano.
Una terza ostetrica prende Martina e si allontana per asciugarla. La seguo con lo sguardo, cerco di intercettare ogni sua espressione. Lei si volta, mi guarda e mi dice le parole più attese e più belle del mondo: “tranquilla, sta bene!”.
A quel punto lascio cadere indietro la testa, guardo il soffitto e respiro a fondo. Proprio mentre mi lascio andare, avverto una scarica di adrenalina: il mio battito cardiaco accelera improvvisamente e un tremore incontrollabile mi scuote le gambe e la mandibola. Mi sento a disagio e chiedo scusa perché non riesco proprio ad avere il controllo del mio corpo.
Purtroppo però manca il secondamento e non c’è tempo da perdere: mi invitano a spingere per espellere la placenta, ma io tremo e per di più ho ancora il cervello in “modalità trattieni” per cui non riesco, fisicamente e mentalmente, a fare quello che mi stanno chiedendo. Una di loro guarda l’orologio e dice all’altra che mancano 10 minuti, poi mi guarda e prova ad insistere con dolcezza “Sara, devi spingere!”. Io scuoto la testa e sussurro un “Non ce la faccio”, ma a quel punto si avvicina una terza ostetrica che, con inconfondibile accento campano, mi risponde “Invece sì che ce la fai! Hai partorito da sola e non finirai certo in sala operatoria per questa placenta. Adesso Sara devi spingere, ti aiutiamo noi!”. Si mettono tutte e tre attorno a me e con la pressione delle mani e delle braccia mi aiutano
nell’espulsione. Uscita, è andata!
Abbandono di nuovo la testa sul lettino e guardo Cristian. Martina è ancora lì, intravedo le sue gambine dietro il corpo dell’ostetrica. Chiedo all’infermiera quanti punti mi sta mettendo … ma lei, come da copione, mi risponde che ha quasi finito. Di lì a poco si alza, mi sorride e si allontana con i suoi strumenti.
Finalmente mi appoggiano Marti sul letto, le avvicino il seno e lei si attacca all’istante. Piano piano tutti quelli che erano in sala parto scivolano fuori e l’ultima di loro abbassa le luci e chiude la porta.
Noi. Finalmente noi tre. Siamo fermi in questo momento dilatato all’infinito e non esiste emozione più grande che possa riempirlo!
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