Maternage: le sue filosofie ✿

portare

 

Nella vita genitoriale capita frequentemente di trovarsi in preda a dubbi e paradossi generati da informazioni con opinioni di fatto molto discordanti.

Lo sviluppo armonico del bambino e del rapporto (sia esso la diade mamma-bambino o la triade bambino-mamma- papà) è legato a meccanismi influenzati non solo dalla natura ma spesso e volentieri dall’ambiente e dalla cultura circostante.

 

Queste considerazioni di fatto determinano una dicotomia di approcci schematicamente riassumibile in:

  • approccio distaccato
  • attachment parenting (grossolanamente traducibile in “genitori con attaccamento”)

 

Il primo concetto è di natura razional – culturale e si è evoluto nel tempo supportando la dogmatica umanistica dell’autodisciplina la quale tende a bollare come negativa ogni manifestazione umana non prevedibile e poco agevolmente gestibile.

La forma degenerata di questo approccio ostacola la comunicazione facendo gemmare una serie di premesse e conseguenze eterodeterminate legate a norme sociali (e generali) applicabili secondo una coerenza che non tiene conto delle necessarie eccezioni.

 

L’attachment parenting, per converso, pone le radici nell’inclinazione primigenia e biologica della sopravvivenza; la legge della natura che rende i piccoli bisognosi delle cure e delle attenzioni dei loro genitori e che predispone istintivamente questi ultimi a tal compito.

Un concetto molto semplice e lineare che non elargisce regole assolute seguendo la scia delle esigenze e della comunicazione sintonica (o quanto meno onesta e sincera) tra i componenti della famiglia.

Nulla a che vedere con iperprotezione o soggiogamento; in un rapporto fondato sull’Essere (ciò che si è) e non sull’Avere (ciò che si ha/fa/mostra) si dà vita ad un’evoluzione e ad una crescita dinamica del rapporto (nonché dei componenti del medesimo) momento per momento.

È in sostanza un modus vivendi che fa trionfare la naturale tendenza all’equilibrio dei corpi rispetto a quella contrapposta che vuole addossare alla libertà e all’estrinsecazione ontologica dell’essere, un innato ed inerte orientamento verso l’errore (dogma dal quale discendono continue e rigide regole).

La trattazione di questa dicotomia, come accennato, è meramente schematica.

Le vicende umane e le situazioni quotidiane inducono a propendere per soluzioni di volta in volta variabili.

Il perno del discorso è quindi l’armonica comunicazione necessaria in una società moderna che vuole riscoprire il contatto ma che si scontra con un muro anomalo.

Spesso si assimila l’alto contatto e un buon rapporto di contatto fisico al rapporto morboso nato da esigenze votate all’Avere e che sorgono nelle situazioni particolari (non fisiologiche) in cui la madre ricerca e riversa sui figli quello che le manca.


Parlare di contatto, di bonding, di portare, di crescere con rispetto, ha la giusta ambizione di inserirsi in una cornice naturale che rievoca tutte le mamme del mondo (comprese mamma koala, mamma orango, etc.)

Può essere interessante e d’aiuto pensare al mondo animale e in particolare alle categorie di mammiferi coinvolte nel discorso; in particolar modo al rapporto dei :

 

  • nidiacei (quali volpi, conigli, lupi,..) ovvero i mammiferi che fanno la tana, i cui piccoli sono fisiologicamente preparati a stare soli coi fratelli per molte ore, il loro latte è estremamente carico e ricco proprio perché le poppate sono poche e diradate perché le mamme vanno a cibarsi.
    I cuccioli nascono spesso nudi e immaturi, perché la loro protezione viene dall’essere nascosti.
  • nidifughi (antilopi, cavalli, cerbiatti etc.) ovvero mammiferi senza tana i cui cuccioli nascono già pronti alla fuga, il loro latte è leggerissimo perché poppano spessissimo dalla madre non separandosi mai da lei. La loro difesa è la fuga con la madre.
  • portati ossia gli uomini, le scimmie, i primati, i koala, i canguri etc.
    Questo gruppo si divide in portati attivi e passivi.
    I passivi sono, per esempio, i canguri i quali, grazie al marsupio, non necessitano di nulla.

 

Gli uomini (come le scimmie) sono attivi: come il neonato dopo qualche tempo si attacca grazie al riflesso che ha, così  il genitore deve portarlo attivamente con le braccia.

Il latte dei portati non è adatto a poppate diradate perché non è così concentrato, è il cucciolo stesso a regolare il seno il cui latte è quasi sempre disponibile e quindi leggero e ben digeribile.

Il corpo dei portati è fatto per adattarsi a quello del genitore e ha il riflesso di attaccarsi e di piangere se si sente poco sostenuto o messo a terra lontano dalla madre o nel silenzio o a distanza.

In natura un cucciolo di portato in silenzio da solo e lontano dal corpo di un adulto non può sopravvivere.

 

Proprio per questi motivi non si deve considerare intrinsecamente malizioso il pianto o il bisogno di stare tra le braccia esternato dal bambino di pochi mesi: tale è, infatti, il suo bisogno.

Questi dettagli possono risultare molto utili ma la vera risorsa è già presente nell’essere umano.

Meglio di qualunque teoria è la diretta osservazione di un legame empatico tra mamma e bambino: quelle che sono etichettate come cattive abitudini si dimostrano semplici ed importanti esigenze che vengono abbandonate non appena acquisite nuove abilità e sicurezze.

Dando la priorità allo sviluppo delle competenze del bambino, si crea per  una dote (potremmo addirittura definirla una rendita), un bagaglio prezioso per la vita.

 

 

Spunti tratti da Filosofie a confronto

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