Ti racconto il mio parto… By Gabriella ✿

Dopo un po’ mi stanco ed esco.
Mio marito ogni tanto prova a chiedermi: “Chiamo l’ostetrica?”.
E la mia risposta è sempre la stessa: “Neanche per sogno ! Quando è ora te lo dico io”.
Forte dell’esperienza precedente non mi contraddice e mi sostiene in tutto e per tutto senza controbattere.
In effetti, sembra quasi si siano dimenticati di noi. Solo dopo un bel po’ di tempo rientrano e sono sorprese di ritrovarmi ancora in bagno e mi informano: “La dobbiamo trasferire in reparto.”.
Ribatto: “Dovete davvero ? Se avete bisogno della stanza ovviamente ve la libero, altrimenti io preferirei rimanere qui.”.
Contro-risposta: “No. No. Assolutamente non si può. Il ginecologo di guardia ha dato ordine di portarla in reparto. Ora la visitiamo e poi andiamo giù.”.

 

Concedo anche una seconda visita all’allieva ostetrica.
Attendo qualche istante per poi chiedere: “Di quanti cm sono?” E l’espressione parla da sola: “Ehm …. 9 cm.”.
La guardo sorridendo con aria di sufficienza: “Ma non avevate detto che non ero in travaglio?”.
Sorride anche lei un po’ imbarazzata; “Beh, in effetti ci ha ingannate tutte…”.
Non riesco a trattenere una frecciata: “Se urliamo siamo delle simulatrici, se stiamo in silenzio non siamo in travaglio…”. Risposta: “Ha ragione”.
Tiziana si dimostra brava, ma è ligia alle regole oltre ogni misura (e questa è l’unica vera critica che le rivolgo; avrei preferito avesse avuto un po’ più di fiducia in se stessa e avesse cercato, per quanto possibile, di venire incontro anche un po’ alle mie esigenze).
Nonostante la implori di lasciarmi libera da monitoraggio e che mi dica disposta a firmarle una liberatoria mi rimette subito il monitoraggio che terrò fino alla fine, fatta eccezione per alcuni istanti in cui esasperata me lo strapperò di dosso per poi rimetterlo, sconfitta di fronte al suo sguardo esterrefatto ed allarmato.
In fondo, il tracciato è sempre stato buono. Era davvero impossibile concedermi 10, 15 minuti di pausa ogni tanto? Avrebbe potuto continuare a verificare ad intervalli regolari che tutto procedesse senza intoppi…
E intanto, non so se dipenda dalla sensazione di essere come un cane alla catena oppure perché i dolori aumentano di intensità, mi sento sempre più stanca.

 

Tiziana mi chiede se le concedo una seconda visita perché non riesce a capire a che altezza si trova la testa. Si vede solo il sacco e io non riesco ad darle indicazioni precise dato che i dolori sono distribuiti sia davanti che dietro.
Qualche istante dopo, mentre scendo dal letto, una contrazione più intensa delle altre rompe finalmente le acque (questa volta ho sentito proprio lo splash ): inondo l’unico punto della stanza non coperto da un telo e Tiziana non fa in tempo a stupirsi del disastro che inizia subito a dirmi di non spingere ma io riesco appena a mettermi carponi ai piedi del letto che arriva la successiva e Andrea nasce con una unica prolungata contrazione lasciandomi esausta, senza neppure la forza di voltarmi a prenderlo per diversi istanti.
Aiutata da Lorenzo e dall’ostetrica che mi sollevano e allungano Andrea, facendolo passare al di sotto delle mie gambe, prendo finalmente tra la braccia il mio bambino e mi sdraio nel letto a guardarmelo estasiata.
Apgar 9 su 10.

 

Il cordone impiega diversi minuti per terminare di pulsare. Quando questo avviene l’ostetrica chiede a Lorenzo se vuole essere lui a tagliarlo. Il papà risponde con entusiasmo (con Francesco, a causa della donazione non l’aveva fatto), prende le forbici e parte deciso per tagliare. Ma lo bloccano appena in tempo.
Nooo! Non lì, devi tagliare tra le due pinze, altrimenti il disastro delle acque sarà nulla in confronto a quello che accadrà con la placenta.
Passano ancora pochi minuti, giusto il tempo di espellere anche quella, prima che la pediatra (unitasi a noi pochi istanti dopo il parto) mi comunichi che devono portalo via per controllare che tutto sia a posto. Ovviamente sguinzaglio il papà raccomandandomi che sorvegli attentamente tutto quello che faranno ed io rimango così, da sola, in preda al pianto post parto.
Ecco, da sola.
Se del mio primo parto l’emozione che ricordo più spesso è la gioia provata la prima notte quando tutti e tre ci siamo stretti nel letto dell’Ospedale (ancora mi domando come abbiamo fatto a starci) nel secondo è il senso di solitudine provata.
Il destino questa volta ha voluto rubarmi quelli che con Francesco sono stati gli istanti migliori, le emozioni più belle. Non era cosi che immaginavo le prime ore dopo il mio secondo parto. Ma sinceramente non me la sono sentita di oppormi.

 

Ho lasciato sfogare la delusione nelle lacrime e poi quando è arrivata l’assistente a portarmi qualcosa da mangiare (che fame che avevo…) mi sono fatta forza e rimboccata le maniche. Inutile piangere sul latte versato. Il mio bambino è laggiù da solo ed ha bisogno della sua mamma.
Insomma alle due ero già in piedi al nido a polemizzare con l’infermiera e la pediatra.
Concedevo la terapia antibiotica (non avevo il tampone) ma ogni due ore (non tre) volevo il mio bambino tra le braccia per tentare di allattarlo.
E questo è solo l’inizio di quello che hanno dovuto sopportare in reparto ma questa è un’altra storia!

 

 

Disclaimer

I dettagli sui nomi degli ospedali o dei professionisti, vengono omessi o modificati dalla redazione per evitare ogni relazione con gli specifici punti nascita.
I contenuti scelti sono tratti dai raccolti nel forum di Mammole o pervengono direttamente alla redazione segreteria[at]mammole.it e la pubblicazione viene rilanciata su tutta la rete del network, che è costituita da centinaia di pagine FB dei vari ospedali locali. I racconti non possono essere pertanto riconducibili a nessun luogo di nascita preciso, la pubblicazione sulla pagina del singolo reparto non lo identifica come un evento avvenuto nella specifica struttura.

 

 

 

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