Ti racconto il mio parto… By Gabriella ✿

Mi viene spiegato che se fosse accaduto qualche giorno prima in effetti mi avrebbero dato dei tocolitici.

Ora invece, sarebbe più pericoloso bloccare il travaglio piuttosto che affidarsi a madre natura. Infatti, se si innesca il travaglio significa che c’è un qualche motivo e data la dimensione del bambino (al momento era stimato attorno ai 2,6 kg) e l’età gestazionale (34 settimane) è più sicuro… non far nulla.

Qualsiasi complicazione si possa presentare alla nascita sarà eventualmente gestibile in neonatologia.
Piccolo dubbio personale: ma non aveva appena detto che NON ero in travaglio?

 

Rimango spiazzata.
Questo discorso non lo avevo mai sentito prima e non mi convince. Telefono a mio marito per metterlo al corrente della novità e invitandolo a raggiungermi il prima possibile. In pochi minuti mi ritrovo con una bella ago-cannula infilata nel polso, una iniezione intramuscolare di cortisone, mi viene fatto l’elettrocardiogramma e di nuovo sono sotto tracciato, anche se questa volta sono sdraiata in barella. Ovviamente il mio livello di pazienza sta per raggiungere la tacca di minimo.
Le contrazioni sono continue e costanti e sopportarle così da sdraiata risultano molto più fastidiose.

 

Verso le 19.00, mio marito è arrivato in ospedale e, Francesco e la nonna e possono tornarsene a casa a riposare un po’. Dopo un’altra mezz’oretta, la ginecologa fa di nuovo capolino per ricontrollare il tracciato. A questo punto, stanca di essere tenuta praticamente allo scuro di quanto sta succedendo, mi faccio più loquace.
Chiedo: “Ma lei le vede le contrazioni?”.
Risposta: “Sì. In effetti qualcuna si vede, ma roba da poco. Le ho trovato la camera. Prima però preferisco tenerla sotto tracciato ancora un po’.”.
Ribatto: “Ancora?”.
Risposta finale: “Sì, ora l’ostetrica la porta in sala parto perché la saletta è piena.”.

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In sala parto?
Comincio a rendermi conto che, nonostante continuino a ripetermi che non sono in travaglio, questo è il grande giorno. Andrea nascerà questa notte.
Ma io non mi sento pronta e insisto: “Non capisco perché non mi blocchiate il travaglio. Voglio parlare con qualcun’ altro. Cosa comporta nascere a 34 settimane? Il bambino rischia di essere portato in TIN?”
Accompagnata da mio marito, entro in sala parto e, dopo aver fatto la conoscenza di Barbara, un’allieva, arriva l’ostetrica ufficiale che mi rimette il monitoraggio. Comincio a lamentarmi dicendo che oramai sono stanca di essere attaccata a quella macchina. Concedo un ultima mezz’ora di tracciato al nuovo ginecologo di guardia e poi basta. Non mi rispondono. Solo dopo capirò che è la tattica di non-contraddizione da loro adottata per tenermi buona e continuare a fare lo stesso quello che vogliono.

 

Ci raggiungono un pediatra e un ginecologo i quali mi riconfermano le motivazioni datemi in precedenza per non bloccare il travaglio. Quando inizio a spiegare al pediatra che la mia preoccupazione a questo punto è quella che Andrea venga separato anzitempo da me per essere trasferito in TIN, il ginecologo si congeda frettolosamente affermando in modo serafico: “Tanto lei non ha la faccia di una che partorisce questa notte. Stia tranquilla.”.
Penso: “Se lo dice lei…” confesso che a distanza di tempo, non riesco ancora a capire se ne fosse davvero convinto oppure se volesse solo tranquillizzarmi.
Intanto il pediatra continua pacatamente a rispondere alle mie domande, dicendo che se voglio, potrò comunque fare il taglio ritardato del cordone, anche se non ci sono evidenze cliniche che ne dimostrino i vantaggi.
Inoltre, il bambino è già abbastanza grande e non è detto sia necessario un ricovero in TIN ed una separazione da me.

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Ora, con il senno di poi, mi rendo conto che loro già sapevano che ci avrebbero separati, comunque fosse andata.
Tra le altre cose, mi è venuto in mente che pochi minuti prima avevo sentito una parte di conversazione relativa al mio ricovero: in TIN c’era un po’ di sovraffollamento ed i respiratori a disposizione potrebbero essere insufficienti.
Non potendo fare diversamente, io e Lorenzo rimaniamo soli in sala travaglio, visto che nel frattempo Barbara e Tiziana si sono allontanate. Colgo l’occasione per un reportage fotografico della sala parto e del bagno annesso (e poi dite che non vi penso!).
Con il passare del tempo i dolori si fanno sempre più forti e inizio a sentire la necessità di andare in bagno.
Legata al monitoraggio non posso farlo (la tentazione di levarlo senza chiamare nessuno è forte…) così mando mio marito a recuperare l’ostetrica.
E qualche istante dopo, ecco un’altra sorpresa: Lorenzo arriva accompagnata da… Maria Antonietta, l’ostetrica che ci ha accompagnati durante il primo parto di due anni prima!

 

Tiziana ritorna e verifica nuovamente il tracciato: è buono.
E chiedo: “…e allora, perché non me lo staccate?”. Chiedo se posso andare in bagno senza ovviamente specificare il tipo di necessità, e mi viene concesso. (se avessi precisato che sentivo lo stimolo per evacuare, non mi avrebbero mai permesso di avvicinarmi al wc!)
Nell’asciugarmi, vedo tracce di muco e qualche striatura di sangue. Ok, mi sto dilatando e partorirò con in sottofondo la musica del concerto per l’Emilia… alla faccia di chi non era in travaglio!
Tiziana e Barbara si allontanano nuovamente lasciandomi cosi libertà di movimento.
Mi rendo conto che la sala parto è la stessa in cui ho partorito Francesco, deve essere per forza un segno di buon auspicio!
Finalmente libera dal monitoraggio e rassegnata all’inevitabile mi abbandono al travaglio lamentandomi in silenzio e muovendomi a volontà.
Ancora una volta, come accadde con Francesco, la stanza in cui mi sento più a mio agio è proprio il bagno.

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Sfrutto la vasca e decido di provare a rimanerci sdraiata per un po’.
Cerco sollievo dirigendo il getto della doccia sulla pancia. Sono solo un po’ scomoda. E’ una vasca di quelle normali, piccola, quindi se voglio stare immersa nell’acqua devo stare sdraiata. Molto meglio la doccia di casa, ma mi devo accontentare.

 

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