Lei mi risponde che il secondo travaglio in genere è più breve, e quindi più intenso, quindi sì, può essere che il dolore sia maggiore.
Finalmente arriva l’anestesista: mi godrò quella che si rivelerà un’oretta e mezza di pace prima del parto. Il dolore passa. Infinite grazie a chi ha inventato l’analgesia perdurale.
L’ostetrica mi dice di rilassare i muscoli delle gambe e consentire al bimbo di fare la sua parte per venir fuori.
Lo ripete, dopo un po’.
Quest’idea che Michelangelo non stia lì inerte, ma collabori con me, in qualche modo mi rincuora.
Dopo poco, l’ostetrica mi visita e mi chiede se voglio che mi aiuti a partorire prima, rompendo il sacco. Approvo. Non riesce a romperlo, un istante dopo si lacera da solo.
Seconda proposta: “Vuoi che ti aiuti a far prima?”
A questo punto, decido di affidarmi a lei.
Mi ha convinto: è autorevole, sicura e tranquilla. Mi fa mettere di nuovo nella posizione su un fianco, e comincio a sentire l’esigenza di spingere. Ora tutto va velocemente. Mi propone di alzarmi, appoggiando le mani al letto.
Protesto che non riesco a mantenere i muscoli delle gambe rilassati, se devo reggermi in piedi. L’ostetrica allora mi da un’alternativa: “Vuoi sdraiarti o vuoi che proviamo con lo sgabello?”.
Vada per lo sgabello.
Lei mette a terra delle traversine imbottite… SEGUE


