Prevenzione SIDS: co-sleeping sì o no?

 

 

Più di venti anni di ricerca bio-antropologica in merito al sonno infantile hanno generato numerose scoperte dalle importanti implicazioni, che non possono essere negate.

 

Tra queste ritroviamo:

a) la scoperta di una complessa inter-relazione tra il contatto mamma-neonato nel sonno e l’allattamento al seno, che riconosce il ruolo dell’allattamento nel modulare i ritmi e la durata del sonno di entrambi i componenti della diade; inoltre, praticare il co-sleeping influisce positivamente sulla frequenza delle poppate e contribuisce al mantenimento della lattazione;

b) la dimostrazione dello squilibrio che si crea nell’allattamento al seno e nella regolazione del sonno quando madri e neonati sono separati;

c) l’identificazione di differenze comportamentali durante il co-sleeping tra le madri che allattano al seno e coloro che allattano artificialmente: l’allattamento al seno è associato a maggiore reattività di madre e bambino;

d) la dimostrazione della regolazione reciproca e fisiologica del sonno della madre e del suo bambino: durante la condivisione del letto, tra i due si crea uno stato di interconnessione che permette di equilibrare reciprocamente la progressione e la durata del sonno, nonché lo stato di veglia;

e) la dimostrazione che i risvegli infantili sono più frequenti quando, durante la condivisione del letto, il sonno è tranquillo (a differenza di quanto accade quando il piccolo dorme da solo); tale scoperta ha importanti implicazioni per quanto riguarda il rischio SIDS;

f) la dimostrazione che neonati e mamme che dormono insieme si risvegliano più frequentemente, ma entrambi riposano meglio rispetto a quando dormono separatamente;

g) la comprensione che esiste una grande variabilità nella tecnica del bed-sharing in termini di motivazione, frequenza e durata di questo, e che tali variabili hanno un ruolo nel determinare la maggiore o minore sicurezza della pratica;

h) il fatto che la prevalenza della condivisione del letto nella società occidentale è maggiore rispetto a quanto precedentemente riconosciuto (il 50% dei piccoli ne fa esperienza, mentre nel caso dei neonati allattati al seno la sua incidenza arriva al 70-80%).

 

Sulla base di questi elementi, diversi autori hanno fortemente criticato le raccomandazioni diffuse dall’AAP in merito al divieto di praticare il co-sleeping, ritenute frutto dell’analisi di studi che non hanno dato importanza alle ragioni per le quali i genitori adottano la condivisione del letto, né alle numerose ricerche etnografiche, comportamentali e fisiologiche che ne dimostrano i benefici.

 

Inoltre, coloro che hanno mosso dure critiche sostengono che alcuni degli studi inclusi per arrivare a vietare il co-sleeping non fossero controllati, e che non sia corretto basare la salute pubblica su raccomandazioni elaborate a partire da studi “caso-controllo”, progettati per generare ipotesi e non per verificarle.

 

A questo si aggiunge il fatto che gli studi in questione hanno esaminato il comportamento “effettivo” del condividere il letto (la condivisione in sé) senza però indagare la modalità specifica di bed-sharing, ovvero i suoi tempi e le caratteristiche dell’ambiente; ed è comprensibile che gli esiti ad esso associati dipendono da come questo viene praticato.

 

Ancora, le evidenze che hanno portato a elaborare un’ideologia anti bed-sharing sono state additate per non aver considerato l’importanza di questa pratica nel contesto della promozione dell’allattamento al seno, che aumenta le possibilità di sopravvivenza dei neonati ed il benessere materno.

 

Insomma, la critica è aspra e sostiene che siano state date risposte impulsive ed istituzionali, di stampo tipicamente medico, che hanno respinto e negato le legittime motivazioni psicologiche e biologiche del co-sleeping.

 

Con questo articolo, che segue quello relativo alle raccomandazioni dell’AAP, abbiamo voluto mettere in luce la complessità del controverso fenomeno del co-sleeping nella speranza di accompagnare tutte le mamme a compiere scelte libere, informate, ma pur sempre giudiziose.

 

E’ giusto sottolineare che, mentre da un lato i genitori devono essere informati in merito ai possibili rischi associati al bed-sharing e al fatto che essi si accrescono in presenza di fattori specifici (in modo da operare scelte consapevoli e proteggere la loro creatura), dall’altro non è corretto negare loro l’opportunità di conoscere i benefici associati a questa pratica antica.

 

 

Ostetrica Lucia Cappelletti

 

Link alle fonti:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25643704
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18046747

 

Le Mammole discutono qui di SIDS e condivisione del sonno

 

 

 

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