Il bambino che piange sempre ✿

pianto

 

Il pianto “cronico” del bambino è un fenomeno di estrema rilevanza: lo testimoniano non soltanto studi del settore medico e pedagogico, ma anche l’esperienza comune.

 

Per il neonato e per il bambino in tenera età, il pianto è l’unico strumento in grado di esprimere i propri bisogni, le proprie necessità di varia natura: fisiologicamente, è uno strumento di comunicazione.

In alcuni casi, però, questo fenomeno naturale può raggiungere una portata tale da diventare di difficile gestione, come ha sottolineato un recente studio condotto da Pamela Douglas e Peter Hill, docenti all’università di Queensland in Australia.
Pare infatti che un genitore su cinque si trovi a vivere l’esperienza del pianto “eccessivo” del proprio figlio, che si protrae per lungo tempo o che si presenta in assenza di una causa che possa apparentemente giustificarlo.

 

Ma quale potrebbe essere la spiegazione per questi episodi ricorrenti, che mettono in crisi i genitori?

Ebbene, i due ricercatori hanno semplicemente puntato i riflettori sulla straordinaria suscettibilità neurologica dei neonati; alcuni di loro, a seconda del temperamento, dello sviluppo psichico e di altri fattori ancora oggi in parte poco noti, sono maggiormente portati a sviluppare un tipo di pianto compulsivo e a ricercare spesso il conforto genitoriale.

In particolare, i ricercatori hanno comunicato un’osservazione importante che induce in tutti noi alcune riflessioni spontanee: la tipologia di accudimento del neonato/bambino piccolo, che si caratterizza per l’attenzione posta ai segnali d’allarme che egli invia, e che inoltre privilegia il contatto fisico e le coccole, è statisticamente associata a tendenze comportamentali molto più stabili.

 

E’ quindi soprattutto l’approccio precoce al fenomeno del pianto ripetuto, che può essere il fattore determinante, nel prevenire la cronicizzazione di questa tipologia di comportamento.

Nel tentativo di indagare le cause del fenomeno, Douglas e Hill hanno posto l’accento su alcune problematiche di tipo alimentare e sull’esistenza, anche nei più piccini, di forme più o meno blande di depressione o ansia perinatale.

Vi sono infatti alcune spie di allarme, fra le quali rientra anche il pianto ripetuto, da non sottovalutare in quanto potrebbero essere associate ad una carenza affettiva del bambino, una carenza di cure che dovrebbe spronare ad agire di conseguenza.

 

Un altro elemento che può incidere su questo fenomeno, è legato al ricordo che la mamma conserva della propria infanzia: secondo uno studio condotto nel Nord Carolina su un campione di 259 donne monitorate in gravidanza e fino al sesto mese di vita del loro bambino, le mamme che hanno avuto un’infanzia felice, durante la quale il loro pianto è stato accolto con comprensione, avranno più probabilità di fare lo stesso nei confronti dei loro figli.

L’indagine ha preso in esame anche le possibili modalità di approccio al problema, sottolineando fra esse l’importanza dell’allattamento al seno, uno strumento che da sempre aiuta il piccolo a sentirsi accudito in quanto richiede vicinanza e contatto; anche la strategia di lasciar dormire il bambino nella stessa stanza dei genitori può aiutare a smorzare il fenomeno.

 

È fondamentale che le donne con anamnesi positiva di depressione, in gravidanza o nel post-partum, trovino un supporto emotivo-psicologico e vengano accompagnate con pazienza e serenità lungo il percorso della genitorialità.

 

 

Fonti Scientifiche:

PUBMED The crying baby: what approach?

 

 

 

 

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