Gli occhi di mio figlio, nonostante le mie spiegazioni ,(vedi, tesoro, se infili la mano nel cassetto delle posate, potresti tagliarti e farti male) esprimono sempre disinteresse nei miei confronti ed un incredibile desiderio di fare ciò che gli ho vietato.
Credo di aver trascorso intere giornate, quando lui era più piccolo e sperimentava per le prime volte il mondo che lo circondava, pronunciando soltanto la parola “no”.
Ecco, permettetemi una digressione. Quando ero bambina, mia nonna aveva un cagnolino nero che io adoravo.
Lei no, non lo adorava, e soprattutto non lo voleva mai tra i piedi.
Le uniche parole che io le abbia mai sentito dire al cane erano “Vai a dormire!”.
Il morale della favola è presto detto: ogni volta che la nonna usciva e vedeva il cane, urlava il solito “Vai a dormire!” e lui, contento, le si avvicinava scodinzolando. Già allora ero certa che quelle parole per lui significassero un cenno di affetto, qualcosa di molto simile al suo nome.
Immagino che vi stiate chiedendo l’attinenza di questa parentesi con il resto del discorso, ma questo stesso pensiero è stato il motore che mi ha spinta verso un atteggiamento diverso nei confronti del “no”.
Nel mondo animale, i cuccioli apprendono dagli adulti del gruppo i comportamenti da tenere. Attraverso il gioco e la sperimentazione, imitano gli adulti e si preparano così alla vita futura.
La mia domanda è questa: perché credevo che mio figlio fosse diverso?
Perché ho pensato che il mio ruolo fosse diverso da quello di ogni altro mammifero, perché ho snaturato completamente l’essenza dell’istinto del mio cucciolo di uomo?
I nostri bambini vivono e crescono in un mondo che noi percepiamo come proprio degli adulti.
Suddividiamo con attenzione gli oggetti… [SEGUE]


