TI RACCONTO IL MIO PARTO… BY ILARIA ✿

Sapevo che il mio bimbo sarebbe nato prima: il diabete gestazionale mi aveva costretto a prendere alla sera una piccola dose di insulina, e questo, aveva detto la mia ginecologa, ci costringeva ad indurre il parto un paio di settimane prima del termine.

 

Poco male pensavo io che sono la regina dell’impazienza…
Domenica 10 aprile ci siamo trovati, come sempre, a pranzo dai miei con tutta la ciurma: sono la maggiore di 4 fratelli, quindi a tavola, tra mio marito e mia cognata, siamo in 8.
Mio fratello, guardando il mio pancione, sapendo che il ricovero era per il giorno dopo, mi ha detto “è l’ultima volta che mangiamo con la tua pancia!”.

 

Verso sera mi misuro la pressione, come sempre nell’ultimo periodo… valori altini.
Chiamo in reparto e mi dicono di andare lì.
Così arriviamo in ospedale, io e mio marito, e mi annunciano che mi ricoverano anticipatamente, mi fanno mille esami e mi preparano per iniziare l’induzione all’alba del mattino dopo.
Saluto mio marito e mi preparo per la notte più lunga (penso io) della mia vita. Mi accarezzo il pancione e parlo al mio cucciolo.

 

Alle cinque e mezza sono sveglia e cammino per i corridoi, chiamo mia mamma, che sarebbe arrivata di lì a poco, e aspetto.
Viene a prendermi l’ostetrica e mi accompagna in sala travaglio dove facciamo il primo tentativo con il gel. Un’ora dopo avevo delle fitte alla schiena allucinanti, che però non erano quelle giuste.
Costantemente sotto monitoraggio, passano sei ore… alle 13:30 secondo tentativo.

 

Il dolore aumenta ma solo quello, cammino per il corridoio aggrappandomi a mio papà, mio marito, mia mamma… chiunque insomma.
Invoco tutti i santi del paradiso ( soprattutto mio nonno, povero):
Ore 21:30 terzo tentativo, mi consigliano una doccia calda, o placa i dolori, o fa partire il travaglio.
Mi spoglio, aiutata da mio marito e mi aggrappo alla doccia; lui, con un amore e una pazienza infinita ( e i vestiti zuppi) passa un’ora a bagnarmi al schiena con il getto dell’acqua.
Mezzanotte: lo mando a casa, gli dico di tenersi pronto, ma di cercare di dormire…
4:30 il dolore non mi fa respirare, vado da un’infermiera che mi attacca al monitoraggio, non vorrei ma ho bisogno di Ale (anche della mamma e del papà ma magari aspetto un paio d’ore prima di svegliarli).

 

Lo chiamo e lui arriva, occhi stanchi e a digiuno, cammino, gli stritolo la mano…
8:30 so che un’altra ragazza sta partorendo, ma voglio andare in sala travaglio, almeno psicologicamente mi sentirei vicina al momento topico.
10:30 ancora NULLA, non ne posso più, dolori fortissimi ma nessuna dilatazione.
11:43 l’ostetrica decide di rompere il sacco, forse qualcosa si sblocca.

 

Rotto il sacco, l’ostetrica dice a mio marito di uscire a mangiare qualcosa, tanto andremo ancora per le lunghe
Ale mi bacia e mi avvisa che sarà appena fuori, non si allontanerà di molto.
Appena uscito, mi viene da spingere.. supplico l’ostetrica che mi avvisa di non cedere, non sono ancora dilatata.. mi suggerisce di mettermi in piedi e dondolare.
Mi aggrappo a lei, anzi, le tiro i capelli.. le dico, quasi in lacrime, che DEVO DEVO DEVO spingere.
Lei mi fa stendere e controlla: ci siamo… anzi, quasi si vede la testina.

 

Ho urlato all’ostetrica (santa donna) di chiamare mio marito, perché DOVEVA esserci, e so che VOLEVA esserci…
È arrivato di corsa e gli ho detto “ci siamo!”
In un attimo ho pensato “ci siamo davvero…non si torna indietro”, come quando dopo essere salito su una montagna russa,la giostra si blocca un secondo prima piombare giù.
12:15 Spingo e urlo come se non ci fosse un domani ( la mia mamma mi dirà poi che, da fuori, non aveva neppure riconosciuto la mia voce, e che non pensava minimamente fossi io quella pazza urlante)
12:35 E poi l’ho visto. Il nostro Filippo Umberto. Un fagottino, bellissimo, sanissimo e meraviglioso. Racchiuso in lui c’era un mondo, un universo, una galassia. Quando l’ostetrica lo ha dato in braccio al papà, ricordo di avergli detto “ora siamo una famiglia” e lui mi ha risposto “ha il tuo naso!”
Non ho mai avuto qualcuno che mi assomigliasse o a cui assomigliare… perché fisicamente sono diversa dai miei o dai miei fratelli… perciò, quando dicono che siamo uguali…beh… il mio cuore scoppia di felicità.

 

Ma in lui, nelle sue smorfie, nelle sue facce buffe e nelle tue espressioni, io vedo il tuo papà… sei un mix perfetto di entrambi.
Stringerlo tra le braccia dopo aver aspettato il lavoro giusto, la casa adatta e soprattutto un uomo degno di farti da papà, è stato meravigliosamente sconvolgente.
Ormai è passato un anno, da quel giorno che ci ha stravolto la vita, pieno di tutto: paure, ansie, stanchezza, notti insonni… ma soprattutto carico, strabordante e immensamente ricco di amore, risate, e felicità allo stato puro.

 

Ilaria

 

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