Storie di latte: mamma Marta ✿

allattamento storia

Non ho mai dedicato molti pensieri all’allattamento.

 

Forse era una parte della maternità che davo per scontata, di certo non era un argomento di cui si era mai parlato in casa – in famiglia la linea femminile sembrava particolarmente “sfortunata”, di latte sembrava essercene stato pochino.
In ogni caso, sapevo di voler allattare, non come sfida, ma proprio come realizzazione di quel percorso naturale che sono la gravidanza e la maternità.
Avevo letto tanto – leggere per me è parte integrante della vita. Avevo seguito il corso di preparazione alla nascita con una levatrice – a Londra, nel caso di gravidanza fisiologica si viene seguita da una midwife.
Dopo il parto la bambina era nuda sulla mia pancia nuda, skin to skin, e lei si è arrampicata, strisciando stile commando verso il seno.

 

Si è attaccata subito, sicura di quello che stava facendo e sicura di quello che stava cercando.
Mi sono stupita di dover fare così poco… è bastato lasciar fare a lei, darle lo spazio, la tranquillità, il tempo.
Le guardavo la testa, appena uscita dall’unica casa che aveva conosciuto fino ad adesso, la guardavo solidissima nell’essere così minuta e perfetta ed ero felice.

 

La bimba ha dormito al mio fianco sempre, la tenevo vicina, annusandola di tanto in tanto.
Ha dormito tanto nella giornata successiva al parto, ricordo di aver pensato che dovesse essere stanca anche lei. Mi sembrava naturale che avessimo gli stessi ritmi.
Ricordo una notte in ospedale, l’ultima, mi sono svegliata avendo la vaga sensazione di aver sentito la bambina piangere. Ricordo di aver guardato il lettino – vuoto. Ricordo una parte di me che ragionava “l’avranno presa magari per pesarla, o per aiutarmi a riposare un pò”, ma ricordo anche troppo bene l’istinto da orsa con i cuccioli, la velocità con cui mi sono alzata e precipitata dalle infermiere – non ho neanche suonato, mi sono alzata e sono andata a riprendermi mia figlia. Penso di aver solo detto “She is my daughter”, “E’ mia figlia” e di essermela ripresa.

 

Mi sono scusata con l’infermiera la mattina dopo, le ho detto che capivo che l’aveva fatto per farmi riposare, ma che per me era istinto stare con lei e che dovevo imparare, anche a svegliarmi quando lei ne aveva bisogno e magari io avevo bisogno di dormire.
Quella notte però, l’attacco non è stato perfetto e, staccandola in modo non appropriato, mi sono fatta proprio male.
E sì, avevo chiesto aiuto ma non l’ho avuto. Non serbo né ho mai serbato rancore alla struttura ospedaliera, né all’infermiera del turno di notte che era con me, ho sempre pensato che la comunicazione in certe circostanze possa essere difficile.

 

Il mese e mezzo successivo avevo soprannominato il seno di destra il seno “facile”, quello sinistro quello “difficile”.
Difficile perché anche con l’attacco giusto, mi faceva un male d’inferno ad ogni poppata – per circa 50 secondi, ma possono sembrare infiniti.
Mi ha fatto un male d’inferno fino a quando non si è rimarginato del tutto, sembrava che un quarto di capezzolo fosse stato staccato via. Non credo sia stato letteralmente così, ma questa era la sensazione.
Ma ero determinata e la pace che mi entrava dentro ogni volta che avevo la piccola vicino, ogni volta che ciucciava beata era troppo grande e cosi’ siamo ancora qui, 3 anni e mezzo dopo.

 

Non è stato sempre facile, è stato più facile a Londra, quando eravamo tra noi, liberi di seguire il nostro istinto – anche perché la mia impressione è che nel Regno Unito l’allattamento venga proprio promosso.
Quando siamo rientrati in Italia, la bambina avrà avuto circa 4 mesi e ci siamo scontrati con quello che è la percezione sociale in Italia dell’allattamento.

 

 

 

 

segue

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