Nascere in Italia nei tempi della Crisi

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Sembra davvero che la crisi attraversata dall’Italia in questi anni non sia esclusivamente di natura economica. Se infatti andiamo a vedere un dato di qualità di vita molto significativo, come quello legato all’indice di natalità e alla mortalità infantile, osserviamo tristemente che il nostro belpaese non è messo affatto bene. Questo è quanto emerge da un recente rapporto di Save The Children.

 

Natalità ai minimi storici e parti naturali ridotti a favore dei cesarei programmati (tradotto, è la struttura sanitaria che decide quando far nascere il vostro bambino in base all’agenda della sala parto e non il vostro bambino che sceglie quando veder la luce), sono solo alcuni indicatori. A completare il quadro già di per se pesante, un dato ancor più drammatico che vede la mortalità infantile nel Sud salire del 30%.

 

Lo scenario che fa da sfondo a uno degli eventi più lieti della vita umana, si colora così di tinte fosche.

Ma non è tutto, se consideriamo infatti che alcune ong, quali Save the Children, stanno conducendo progetti sul nostro territorio, allora il quadro si incupisce ancor di più.

 

In sintesi, venire al mondo in Italia nel terzo millennio, sta diventando inaspettatamente (almeno fino a qualche anno fa) rischioso.

Gli esperti lanciano l’allarme: le nascite sono in costante diminuzione, il paese sarà sempre più vecchio (con buona pace dell’Inps che si troverà a pagare sempre più pensioni, con sempre meno forza lavoro attiva). Del resto quando precarietà lavorativa, problematiche sociali, congiuntura economica, servizi si sostegno alla famiglia tagliati, costituiscono lo sfondo di fronte al quale decidere se mettere al mondo un bambino, la scelta di prudenza diviene d’obbligo.

 

Da considerare inoltre che il numero di nascite è sostenuto peraltro dall’elevato tasso di natalità della popolazione straniera residente in Italia. Il 20% infatti delle madri con età media superiore ai 30 anni è di origine straniera.

Percorso a ostacoli dunque per chi sceglie la maternità, secondo fonti riconducibili alla ong Save the Children, l’estrema varietà di condizioni in cui si approda alla maternità, esige percorsi di nascita e relative prese in carico in grado di considerare una grande pluralità di variabili, cosa che gli attuali standard dei servizi territoriali non riescono a garantire.

 

Buona invece la durata dell’allattamento al seno, elemento naturale per eccellenza in riferimento all’alimentazione dei piccoli. La percentuale dei donne che allatta al seno supera infatti quota 85% e la durata supera gli 8 mesi.

Anche nel periodo post nascita, il panorama che devono affrontare le neo-mamme e i neo-babbi non migliora. La rete consultoriale è infatti scarsa (1 punto ogni 29.000 abitanti) e frammentata, laddove la concentrazione di servizi è distribuita maggiormente al nord, con la Valle d’Aosta in testa.

 

 Varia anche il quadro demografico del paese, difatti aumentano i genitori non sposati, soprattutto al Centro-Nord. Il 26% dei bambini nati nel 2013 è venuto alla luce all’interno di nuclei non coniugati. Cresce inoltre il numero di famiglie, ma diminuisce il numero dei componenti di queste, come indice della maggiore frammentazione che si registra a livello familiare. In Italia un milione e mezzo di famiglie sono infatti monogenitoriali, generalmente è la madre a vivere con i figli.

 

 

A cura della Redazione di Mammole

 

Fonte

http://images.savethechildren.it/IT/f/img_pubblicazioni/img264_b.pdf?_ga=1.132829326.1633814681.1425644653

 

 

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