comunicazione

Iniziare con una domanda è d’obbligo: perché parlare di comunicazione non-violenta?
Cosa presuppone la violenza nella comunicazione con i bambini?

Il concetto di “violenza” non è limitato agli atti come percosse, spinte e prevaricazioni fisiche di vario genere, ma si estende anche a tutte le condizioni in cui la disparità genitore-figlio si riflette in comportamenti tali da costringere il bambino ad agire in un determinato modo.
Non soltanto, quindi, un contesto di azione (il genitore che strappa di mano al bambino un giocattolo che ha sottratto ad un compagno), ma anche il meccanismo premio-punizione e le imposizioni che scaturiscono dalla posizione di potere del genitore nei confronti del bambino.

Legittimare la violenza comunicativa, di fatto, equivale a legittimare una prevaricazione.
Il giocattolo strappato di mano non ripaga un torto, ma insegna che la prepotenza è prerogativa del “più grande”.

Il premio o la punizione non creano un clima di comprensione reciproca e collaborazione, ma estorcono un comportamento percepito, di fatto, come un’imposizione, o come una condizione necessaria per l’accettazione e la gratifica.
È necessario, pertanto, un cambiamento di prospettiva: passare dalla visione classica del bambino come essere furbo e manipolatore, a quella di una persona dotata di comprensione empatica, desideri e capacità comunicativa.

La definizione inglese della comunicazione non-violenta è “Compassionate Communication” … SEGUE

 

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