Articolo Gioia – Benefici dell’acqua per mamme e bambini

articolo Gioia 1GIOIA Gennaio ‘96

 

 

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PIANETA ACQUA

Tutto quello che è necessario sapere su uno degli elementi indispensabili alla vita e al benessere di ogni organismo.

Quale, come e perché berla.

Il parto in acqua, il nuoto per i più piccoli, l’idroterapia.

E poi i consigli degli esperti e gli indirizzi utili.

 

Un discorso a parte merita poi il parto in casa.

Fino a pochi anni fa considerato poco più di una curiosità, si è rapidamente affermato anche in Italia, all’inizio in ambito domiciliare, proposto da alcuni “pionieri” alle donne che decidevano di avere il figlio a casa propria, e poi anche in ambito ospedaliero.

Anzi, oggi sono in continuo aumento le strutture pubbliche che decidono di dotarsi di apposite vasche per offrire alle partorienti anche questa particolare opportunità.

 

“Il parto in acqua” spiega Domenico Oliva*, ostetrico impegnato tra l’altro anche nell’assistenza alle donne che vogliono provare quest’esperienza “per prima cosa aumenta la privacy della partoriente e ciò favorisce la naturalità dell’evento, rendendolo anche il meno traumatico possibile sia per la donna sia per il piccolo.

L’elemento-acqua rappresenta infatti una sorta di barriera protettiva che riduce al minimo indispensabile l’intervento del medico e dell’ostetrico, evitando soprattutto le classiche spinte sull’addome e altre manovre invasive; inoltre, il fatto di stare in acqua disinibisce la donna, consentendole di essere maggiormente partecipe della propria esperienza.

 

L’acqua calda della vasca stimola poi la produzione di endorfine (gli antidolorifici naturali “fabbricati” dal nostro stesso organismo): la donna avverte così meno dolore e ciò, favorendo il rilassamento muscolare, facilita enormemente il travaglio.

Anzi, la maggior parte delle donne preferisce stare in acqua solo durante questa fase e poi partorire all’esterno oppure alzarsi in piedi al momento dell’espulsione del bambino. In ogni caso, è sempre la donna che deve scegliere cosa preferisce fare sia durante il travaglio sia al momento del parto vero e proprio”.

 

Dal punto di vista pratico, perché sia possibile il parto in acqua è sufficiente avere una vasca (oppure una piccola piscina di gomma, di quelle per bambini) riempita con almeno 60 centimetri d’acqua calda; l’ideale, comunque, è una vasca che consenta alla donna di continuare ad avere l’addome immerso nell’acqua anche mentre si trova in posizione accovacciata o inginocchiata.

Naturalmente, questo parto è indicato solo per le donne che hanno avuto una gravidanza fisiologica, cioè senza problemi, e che non necessitano di particolare assistenza medica al momento del parto per sé o per il neonato; per il resto non ci sono particolari rischi o controindicazioni, a patto ovviamente che sia curata l’igiene della vasca e del locale dove avviene il lieto evento.

 

“La cosa più importante da sottolineare “, prosegue Domenico Oliva ” è però soprattutto questa: il parto in acqua deve essere una libera scelta della futura mamma e soprattutto deve rappresentare la tappa finale di un certo modo di vivere la gravidanza e il parto, sia da parte della stessa donna sia da parte degli operatori sanitari che l’assistono.

Lo dico perché in questo periodo si sta assistendo a un boom del parto in acqua anche nelle strutture pubbliche, alcune delle quali si dotano però delle apposite vasche non per una precisa scelta ” fisiologica “, ma per una questione d’immagine fine a se stessa.

 

Così, può capitare che si faccia partorire la donna in acqua ma poi le si porti subito via il bambino per metterlo nel nido, perché per il resto il reparto è organizzato alla ” vecchia maniera “; oppure che il comportamento e l’assistenza di medici e ostetriche durante il travaglio non rifletta le aspettative della donna che sceglie di partorire in acqua per vivere questo momento nel modo più naturale possibile.

Oltre alla vasca in sé, serve allora una specifica preparazione del personale, mentre la donna deve arrivare al parto in acqua in modo responsabile e informato”.

 

E per prepararsi al parto in acqua (ma anche a quello tradizionale) nulla è meglio della piscina:

i corsi iniziano di solito a partire dalla dodicesima settimana di gravidanza e l’acqua è ancora una volta l’elemento che consente alla donna di migliorare il proprio rapporto con il “pancione” e di imparare a rilassare corpo e mente.
Senza contare che l’esercizio fisico è di per sé estremamente vantaggioso per il buon andamento della gravidanza.

“L’attività in acqua, unita a lezioni teoriche ed esercizi di ginnastica dolce e stretching”, spiega ancora Domenico Oliva”prepara la donna a vivere attivamente il momento del parto e ciò è di fondamentale importanza se poi si decide di partorire in modo attivo e consapevole.

 

Inoltre, l’esperienza della piscina viene condivisa con altre donne nella stessa situazione: si ha allora un naturale scambio di impressioni e suggerimenti, un coinvolgimento reciproco che aiuta moltissimo dal punto di vista psicologica e che spinge molte mamme a tornare in piscina anche dopo, insieme al loro bambino”.

Anche perché la piscina può trasformarsi in un grande laboratorio di gioco per far sperimentare ai più piccoli l’elemento-acqua e aiutarli così nel loro sviluppo psico-fisico: questo, ad esempio, è quello che si propongono i corsi di ” acquamotricità ” organizzati a Barzanò (in provincia di Lecco) dal Centro Mammole tra le poche realtà in Italia a promuovere iniziative del genere.

 

“Sono corsi rivolti a bambini dai 3 mesi ai 4 anni d’età”, spiega Carlo Riva** laureando in Medicina ed esperto in idroterapia riabilitativa ” che non hanno il fine di avviare all’attività agonistica, ma solo di far avvicinare i piccoli all’acqua per favorirne con il gioco la crescita fisica e intellettiva.

Inoltre, poiché il bambino è seguito in acqua direttamente da un genitore (preferibilmente la mamma) si hanno altri due vantaggi: si migliora il rapporto genitore-figlio e al tempo stesso si ha una crescita anche sociale del piccolo, che impara già in tenera età a stare in mezzo agli altri e a rapportarsi con loro.

 

Il tutto, ovviamente, in un clima di estrema serenità; tra l’altro, lo stesso incontro con l’acqua non avviene in modo immediato o addirittura forzato, ma è frutto di una “scoperta” del piccolo al termine di un percorso di psicomotricità realizzato a bordo vasca con materassini, cubi, strutture modulari e giochi di manipolazione. Nessuna imposizione, dunque, e in più, per il bambino, il fascino di arrivare all’acqua dopo aver esplorato un percorso che stimola l’apprendimento da una parte e la coordinazione fisica dall’altra”

L’impegno, per mamma e piccolo, è di una volta alla settimana, con una permanenza in acqua di 30-40 minuti.

 

“La temperatura della piscina”, prosegue Carlo Riva “è tenuta costantemente a 31-33°C, quindi il bambino non corre alcun rischio di raffreddarsi ed è favorito nel rapportarsi meglio con l’ambiente della piscina.

Non ci sono poi particolari precauzioni da prendere: l’unica condizione richiesta è la prima vaccinazione se il bambino è allattato al seno (oppure la seconda se è stato nutrito artificialmente) per essere sicuri che abbia ormai sviluppato gli anticorpi necessari alla protezione dell’organismo.

Inoltre, va precisato che noi proponiamo sempre un primo corso di 9 lezioni, per consentire al piccolo e al genitore di sperimentare l’esperienza senza stancarsi o comunque sentirsi super-impegnati, con la possibilità poi di ripetere continuamente questo ciclo di 9 incontri fino ai 4 anni di età”.

 

Ma in certi casi l’acquamotricità serve anche nella cura di diversi disturbi: alcune forme di handicap, ad esempio, trovano grande vantaggio dall’attività in piscina, nei bambini ma anche negli adulti. “In acqua”, continua Carlo Riva “l’esercizio fisico è possibile anche per chi ha particolari problemi motori o per chi è reduce da traumi neurologici più o meno seri: in entrambi i casi l’idroterapia consente di migliorare la situazione, affiancando la tradizionale fisioterapia e diventando un efficace mezzo di riabilitazione.

Inoltre, l’ambiente della piscina, il rapporto che si viene a creare con gli operatori e i compagni di corso è di grande aiuto anche dal punto di vista psicologico: perciò l’idroterapia è consigliata anche per altre forme di handicap (ad esempio per i Down), per bambini con problemi relazionali o con disturbi dell’apprendimento.

 

In ormai cinque anni d’attività ci sono stati inviati da pediatri e fisioterapisti diversi bambini con handicap fisici o mentali: li abbiamo fatti giocare in piscina con tutti gli altri e, oltre a una completa integrazione, abbiamo ottenuto miglioramenti davvero interessanti sia dal punto di vista motorio sia da quello dell’apprendimento”.

 

Autore: Paolo Corio

 

*Domenico Oliva coordinatore attività di Mammole
**Carlo Riva educatore

 

 

 

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