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Discussione: Birdie

    Birdie

    corsi formazione

    Ho da poco scoperto Mammole e da ancora meno questa sezione. Anni fa avevo un diario, ora non ne ho il tempo. Sono Birdie – Cecilia nella realtà di tutti i giorni – mamma di tre bambini (una ancora nella pancia), sposata con William, e lavoro nel managment di una grande azienda. Ho 30 anni compiuti da poco e adesso che sto per diventare mamma per la terza volta mi viene voglia di guardare indietro a come tutto è cominciato. Questo diario avrà più la forma di un racconto che quella di una cronistoria quotidiana ma solo perché mi piace scrivere (e perché ho una mezza idea di stampamelo e regalarlo a mio marito, ma dipende da come viene, ovviamente.)

    Inizia tutto nel gennaio 2004.

    Io e la mia gemella Silvia studiamo e lavoriamo vicino Londra da circa 4 mesi. Papà ci ha comprato un minuscolo appartamento vicino l’università mettendo bene in chiaro dal principio che lui ci avrebbe pagato solo casa e la retta universitaria, per il resto (libri, bollette, vizi e vizietti) ci saremmo dovute arrangiare. Beh, a noi sta più che bene! Ho bellissimi ricordi di quel primo periodo in Inghilterra, studiavo tanto, lavoravo altrettanto, dormivo poco, mangiavo se mi ricordavo, uscivo tutte le sere … alla fine niente di speciale, la classica vita di una ventenne finalmente libera dalle premure di mamma e papà. Amici, divertimenti, viaggi, amoretti, libri, musica … un sogno!

    Una sera, una sera come tante, Silvia mi dice che andremo a cena da Pierre e Sarah e poi a bere qualcosa nel pub di un amico di Pierre. In macchina, Sarah attacca a chiacchierare di questo fantomatico amico, descritto come “so good looking, so cool, so smart, one of the most richest guy of United Kindom”. A me questo tizio “così bello, così figo, così intelligente nonché uno degli uomini più ricchi del Regno unito” già solo per averlo sentito descrivere così mi sta immediatamente sulle … balls. Sbuffo, mia sorella ride, ha già capito, mi conosce troppo bene.

    Dopo un po’ che stiamo parlando, bevendo e ridendo come scemi nel locale -nel frattempo sono arrivati altri amici- Pierre agita il braccio in direzione di qualcuno. Io ancora non lo so, ma la mia vita sta per cambiare.

    Niente. Non provo niente mentre l’uomo che solo pochi mesi più tardi diventerà mio marito mi stringe la mano mentre si presenta. Lo guardo di sfuggita, so di essere antipatica ma è più forte di me. Figurati se non se la tira, ‘sto *****. Lo dico sottovoce, tanto qua l’italiano non lo parla nessuno. Silvia ride di nuovo e viene da ridere anche a me. Sbircio il so cool and so smart e penso che manco è tutto ‘sto granchè, tra il buio e il fumo mi sembra carino, ma niente di speciale.

    Il sabato successivo, in mattinata, mi squilla il cellulare. Non compare nessun nome, solo un numero che non conosco. Non rispondo. Squilla di nuovo e di nuovo non rispondo. Ricomincia a squillare e penso che forse è Silvia che si è scordata il telefono e mi sta chiamando da quello di qualcun altro e perciò finalmente rispondo. “Hello?”, “Ah, fuck … I love the italian accent.”.

    W. (2009) S. (2011) S. A. (2014)

    Re: Birdie

    “Ma chi è?”, “Lo sai”. Mumble mumble. La voce non mi è nuova in effetti ma davvero non riesco a collegare nessun volto a quei toni bassi, profondi, leggermente aspri ma piacevoli. “Guarda, mi sa che hai sbagliato numero”, “No, non ho sbagliato numero. Stasera passo di nuovo al pub, ci vediamo là?”. Pub? Ma quale pub?

    Oddio. Chiudo gli occhi. Il mio cervellino è riuscito a fare quel collegamento. William. Ma che cavolo vuole? “Chi ti ha dato il mio numero?”, “Non è difficile, no? Dai, ci vediamo stasera” e attacca. Ma cosa ci vediamo staseraaaaaaaa???? Ma chi ti vuole vedere? Ma che cacchio vuoi ???? Passo il resto della giornata sui libri, ma non combino granchè, quella telefonata mi ha innervosita parecchio. Mamma mia, quanto è idiota quello lì. Quanto se la tira. Ma chi pensa di essere? Ci vediamo stasera? Sì aspetta e spera.

    Domenica, verso mezzogiorno. Mi sveglia la suoneria del cellulare. Borbotto un “Hello?” non troppo convinto e decisamente assonnato. Niente Buongiorno! Niente Ciao! Sono… Niente un qualsiasi Scusa, sei Cecilia? No. “Certo che sei proprio str. Perché non sei venuta ieri sera?”. Stavolta capisco subito chi è e il nervoso mi fa svegliare del tutto, perdo il mio aplomb e sbotto:”Ma la pianti di telefonami? Ci siamo detti sì e no due parole, non ti conosco nemmeno. E neanche tu mi conosci, manco sai come mi chiamo!”. Pausa. Ha attacato? Macchè. “Certo che so come ti chiami ma non mi interessa. Tanto io ti chiamo Birdie”. “Come mi chiami?”, “Birdie. Perché sei bella e perché … sai quegli uccellini che rompono le scatole all’alba? Ecco, nella mia testa sei come loro, mi rompi le scatole”. Ok, questo è partito del tutto. Com’era? Cool, smart … sì, certo. Attacco io.

    W. (2009) S. (2011) S. A. (2014)

    Re: Birdie

    Passano una decina di giorni e ormai è febbraio. Dire che si gela è poco ma per oggi l’odiosa pioggerellina londinese quasi perenne ha lasciato il posto al sole. Oddio, abituata al sole caldo e giallo intenso di Roma questo sembra un po’ la sua controfigura sbiadita ma vabbè, ci accontentiamo. Mi stringo nel mio cappottino mentre scendo le scale dell’università. Silvia mi dà uno strattone e mi fa: ”Guarda un po’ lì”. Alzo lo sguardo e … oh bene, questo sì che mi piace.

    A poche decine di metri dalla scalinata, in piedi, appoggiato a una moto, c’è un ragazzo che guarda nella nostra direzione. Alto, bello piazzato, jeans scuri, giubbotto bianco con dettagli blu, i capelli lisci di un castano che quel sole così pallido riesce comunque a far diventare dorati, gli occhi tanto grandi e azzurri che anche da qua riesco a saggiarne l’intensità. Oh sì, mi piaaaaaace!

    Con qualche attimo di ritardo mi rendo conto di chi sia. Ed è in quegli attimi di ritardo che il mio cuore compie la prima capriola nei suoi confronti. Ed è sempre in quegli attimi di ritardo che lui mi sorride. Le fossette, ha pure le fossette nelle guance. Questo ragazzo l’hanno disegnato apposta per me. Questo ragazzo che mi ricorda … no, ma non è. Certo che non è. Forse somiglia ma no, certo che non è …

    E invece sì, e invece è, è proprio … è proprio lui. “Hi girlies!” . Mi accorgo che lo sto fissando con la bocca aperta, devo sembrargli *****. “Scusa, non ti avevo riconosciuto. Sai, era buio, sono passati un po’ di giorni …” blatero mentre lui saluta mia sorella per poi rivolgersi nuovamente a me. “Sì, quasi tre settimane e poi quella sera eri impegnata a guardare dall’altra parte” ridacchia mentre io vorrei sotterrarmi. Si gira verso Silvia:” Senti ma come si usa in Italia? Devo farle un invito ufficiale? Devo parlare con vostro padre? Come faccio a farla uscire con me?”, lei ride, non so perché ma lo trova molto divertente (cosa che dura ancora oggi, sono ottimi amici): ”Non credo proprio che ti serva il mio aiuto per chiedere di uscire a una ragazza”. Io mi sento sempre più ***** ma questa cosa mi infastidisce visto che col cavolo che mi ha chiesto di uscire, ha fatto lo sborone e basta per quanto mi riguarda. Glielo dico e lui sorride, sorride con un’espressione a metà tra il divertito e il furbo e mi dice: ”Right. I’m really shy actually”. Buuuuuuuum! Più grossa non la poteva raccontare! Stavolta rido pure io e già so che ha vinto quando mi chiede, sempre con quel sorriso, se la sera ci saremmo visti.

    W. (2009) S. (2011) S. A. (2014)

    Re: Birdie

    Marzo 2004.

    Ci siamo visti molto spesso nelle ultime settimane, compatibilmente con i nostri impegni, soprattutto il suo lavoro gli porta via molto tempo e lo fa viaggiare qua e là per il mondo.

    A volte andiamo in giro per locali, altre semplicemente restiamo a casa a parlare. Mi rendo conto che mi piace. Mi piace tanto. Ci facciamo delle chiacchierate che durano ore, mi chiede sempre di parlargli un po’ in italiano, dice che cambio voce e anche la postura e gli piace. Mi piace quel suo essere così sicuro di sé, il fatto che sappia argomentare le proprie opinioni in modo solido e fluido, mi piace il suo modo di ascoltare le mie, di opinioni. E mi piace fisicamente. Tanto, tantissimo. Mi prende come nessuno ha mai fatto. Con i suoi 29 anni (dieci esatti più di me) lo vedo così uomo, così maturo. Mi sento bambina e donna insieme. Non so bene come pormi, perché usciamo spesso e mi telefona e mi cerca e parliamo e stiamo bene e mi abbraccia e mi saluta con un bacio sulle labbra ma poi … finisce lì. Non ci prova mai. E la cosa mi fa impazzire. Sembra che stia sempre lì lì ma poi si tira indietro in un’attesa che mi sfinisce e che obbliga i miei pensieri a concentrarsi sempre su di lui. Non sono abituata a questi giochi, non so cosa pensare. Non so ancora che è questo che mi sta facendo innamorare.

    W. (2009) S. (2011) S. A. (2014)

    Re: Birdie

    2 Aprile 2004

    Entro nel grande attico di Primrose Hill che ormai conosco bene, con quella meravigliosa finestra a tutta parete dalla quale si domina Regent’s Park e un bello scorcio di Londra.

    Mi aspetto la solita cena, le solite chiacchiere, magari un film o forse un giro da qualche parte. Mi sono ormai rassegnata al fatto che a William evidentemente piaccio molto come amica e niente di più. Mi illudo pensando che sia questione d’età, in fondo ho 19 anni e lui quasi 30, magari mi vede come una specie di sorellina con cui è divertente passare del tempo ma assolutamente no come compagna. Darei qualsiasi cosa per poterlo toccare in un modo diverso dal solito e baciarlo, baciarlo sul serio, una volta sola, ma tutto sommato forse quella consapevolezza appena raggiunta non mi dispiace, mi tranquillizza, mi fa sentire protetta, mi toglie da ogni imbarazzo, mi fa essere me stessa. Tanto non gli piaccio, non in quel senso per lo meno, che bisogno c’è di fare la splendida?

    Dio mio, com’è bello. Mi fa ridere mentre racconta uno dei suoi mille aneddoti. Sì, sto ridendo, ma non so perché. Mi sembra stia parlando di un tizio olandese ma non sono sicura perché quasi non lo sento, lo fisso e basta. Dio mio, com’è bello. Riesco a pensare solo a questo. Quelle labbra, quel profilo perfetto, quelle ciglia lunghe. Quelle mani. La dolcezza delle fossette contrapposta alla durezza della mascella. Gli occhi. Quell’azzurro. Non ho mai visto un azzurro così intenso, così violento, negli occhi di nessuno. E’ un azzurro puro, senza nessuna traccia di altri colori.

    La serata procede come previsto. Ottima cena, ottimo vino, ottima compagnia. Lo aiuto a sparecchiare, apro il frigo, ci infilo qualcosa dentro, chiudo, mi giro.

    Lui è più vicino di quanto mi aspettassi. Il mio cervello non recepisce subito quel cambiamento, faccio per scansarmi senza guardarlo ma lui fa ancora un passo in avanti. Mi volto di nuovo verso di lui, sto ancora sorridendo. Lui no. Mi guarda e non sorride. E si avvicina ancora. Sento il cuore che trema, non batte più, trema. Smetto di sorridere. “Che fai?” gli chiedo con una voce che non sembra neanche la mia. “Niente” risponde scuotendo impercettibilmente la testa. Un altro passo. Mi muovo anche io, al contrario però, faccio un passo indietro. La mia schiena incontra la superficie dura del frigo. Di nuovo un passo in avanti ed è vicinissimo, non respiro neanche più. “Non faccio niente. Non sto facendo niente” sussurra. La distanza minima che ancora esisteva tra noi si annulla, gli è bastato inclinare un po’ la testa perché le sue labbra incontrassero le mie, in un bacio talmente perfetto da sembrare sognato.

    W. (2009) S. (2011) S. A. (2014)

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