Ti racconto il mio parto… By Lunaspina ✿

parto

E’ cominciato tutto all’improvviso, e piuttosto inaspettatamente, la notte tra il 16 e il 17 gennaio.

 

Dormivo da un paio d’ore quando un dolore mi ha svegliato.

Ho riconosciuto subito che si trattava di una contrazione, ed ho guardato l’ora: erano le 3:11. Sono rimasta in attesa, per vedere se ce ne sarebbe stata un’altra, e infatti eccola, dopo cinque minuti esatti. Alla terza contrazione, di nuovo dopo cinque minuti, ho capito era il momento.

 

Ho accarezzato un po’ la pancia e a mezza voce ho detto: “Ok, sono pronta. Dai piccola, insieme ce la faremo”. Le contrazioni si sono susseguite regolari e non troppo dolorose per una quarantina di minuti, a quel punto ho abbandonato il letto e ho deciso di farmi una doccia per rilassarmi un po’, ma tempo di bagnarmi appena che improvvisamente le contrazioni hanno iniziato bruscamente a diventare frequentissime ed estremamente dolorose. “No, non c’è tempo per questo” mi sono detta.
Sono uscita immediatamente dalla doccia e sono tornata in camera a svegliare mio marito: “Dobbiamo andare in ospedale… e anche di corsa”. Lui poverino, malgrado lo avessi strappato così violentemente al suo pacifico sonno, si è mostrato subito estremamente efficiente… ha telefonato alla suocera per farla venire a stare coi bimbi, si è vestito ed ha preparato tutto il necessario da portare via. Io intanto, tra una contrazione e l’altra, ero riuscita a vestirmi.

 

 

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Alle 4.52 la macchina varcava il cancello del garage, mentre io telefonavo ai miei per avvertirli che stavamo andando all’ospedale (ho dovuto provare su tutti i cellulari – mamma, papà e sorella – e poi al fisso prima che qualcuno rispondesse!!!). Per fortuna a quell’ora la strada era deserta, perchè le contrazioni erano ormai fortissime e a intervalli di non più di due minuti. Una manciata di minuti dopo, appena arrivati in vista dell’ospedale, ho detto a mio marito “Sento la testa!”

E in effetti cominciavo a sentire il bisogno di spingere… Mezza nel panico, ho tentato di trattenermi il più possibile, di respirare… Come se non bastasse abbiamo trovato la strada che porta al reparto di maternità chiusa da transenne. A me e a mio marito è scappato un urlo di disperazione. Abbiamo dovuto rifare il giro da capo ed entrare da un altro ingresso.

 

Ma non era ancora finita.
Raggiunto finalmente il parcheggio antistante il reparto, che è sempre chiuso da una sbarra controllata da un custode, abbiamo suonato al citofono e… dava il segnale di occupato! Per qualche istante ho creduto che la piccola sarebbe nata lì fuorui in macchina. Al nostro terzo tentativo si sono decisi ad aprire. Ormai le contrazioni erano ravvicinatissime e io continuavo a trattenermi per non spingere. Con un incredibile sforzo, sorretta da mio marito e trascinandomi sulle gambe, piegata in due dal dolore, sono riuscita a scendere dalla macchina e a varcare l’ingresso.

 

In fondo al corridoio c’era un’infermiera di non so che reparto che ci ha chiesto se poteva esserci di aiuto e le abbiamo chiesto una sedia a rotelle.

Intanto che lei andava a procurarcela, abbiamo raggiunto l’ascensore.

Sono stati i due piani più lunghi della mia vita. Quando si sono aperte le porte abbiamo trovato fuori l’infermiera con la sedia a rotelle che ci aspettava. Ho fatto un passo per uscire, ma è arrivata una contrazione che non sono riuscita a controllare e mi sono ritrovata inondata di liquido…

 

“Ho rotto le acque” ho detto a mio marito e all’infermiera. Loro mi hanno aiutato a sedermi sulla sedia a rotelle e mi hanno spinto verso l’accettazione di ostetricia.

In teoria lì avrebbero dovuto prima farmi la visita e aprirmi la cartella, ma sentivo che non c’era tempo… per fortuna sulla porta abbiamo trovato una delle deu ostetriche con cui avevo fatto il corso preparto e che già mi avevano assistito con gli altri due bimbi. Non l’ho nemmeno salutata. Le ho detto subito: “Morena, devo spingere!” Le si è immediatamente dipinta sul viso un’espressione di panico.

 

“No tesoro, non spingere! Respira, respira!” mi ha detto, e contemporaneamente si è fiondata spingendo la mia sedia a rotelle lungo il corridoio alla velocità della luce, con mio marito che ci correva dietro. Sulla porta della sala parto ha detto solo: “Ho una signora che deve spingere!”

In un attimo sono stata circondata da un’orda di gente… Una dottoressa, due ostetriche, un numero imprecisato di infermiere… Mi hanno aiutato ad alzarmi, la dottoressa: “Toglietele i pantaloni! Chiamate subito il pediatra!” E infatti ricordo le mani di mio marito che mi toglievano di dosso borsa e piumino, e quelle di un’infermiera che mi strappava via pantaloni e mutande (fradici) mentre cercavo di salire sul lettino. Avevo messo su una gamba, e prima che potessi mettere su l’altra ecco un’altra contrazione forte.

 

Mi sono stesa come potevo. Mi è sceso lo sguardo sui gambaletti di lycra che non avevo fatto in tempo a togliere e mi sono vista le gambe macchiate di liquido scuro. Mezza terrorizzata ho detto a mio marito che avevo le acque tinte, ma la dottoressa se n’era già accorta e stava dicendo la stessa cosa all’ostetrica mentre si chinava a controllare la situazione e mi diceva di cercare di non spingere.

Un’infermiera è arrivata con un bottiglione di betadine e delle garze e ha chiesto se doveva disinfettare. La dottoressa le ha risposto: “C’è già la testa mezza di fuori…” “Come sarebbe, c’è la testa mezza di fuori?!?!” Ho pensato, sconvolta. “Non sto manco spingendo!”

 

Mi sono guardata in mezzo alle gambe e ho visto la punta della testa, con su un ciuffo di capelli scuri.

L’infermiera ha spruzzato il betadine direttamente lì, sulla cima della testolina… sui capelli sottili… e su tutto quello di mio che stava lì intorno. E’ arrivata un’altra contrazione, e stavolta mi hanno detto – alleluja – che potevo spingere.

 

Ma la giostra delle emozioni non era ancora finita. Tra il dolore della contrazione, lo stordimento per le luci abbaglianti, le orecchie frastornate dal tono concitato di tutte quelle voci, ho sentito la dottoressa dire: “Ha un diavolo di giro di cordone intorno al collo”. “Oddio… Oddio…” ho pensato, senza riuscire ad emettere un suono. Ho dovuto spingere ancora, mentre la dottoressa diceva: “Adesso lo sciolgo io”.

 

E infatti mentre spingevo ho sentito la piccola sgusciare fuori tutta insieme, e la dottoressa manovrarla in modo da liberarla dal cordone. L’ho vista per la prima volta mentre la dottoressa la teneva in mano come se ci fosse appesa. Era bagnata, di un colore che nel rintontimento del momento mi è sembrato verde scuro. Credo che l’abbiano anche messa a testa in giù, reggendola per le gambine. “Sta bene? Sta bene?” Non riuscivo a chiedere altro.

E sì, stava bene. Me l’hanno appoggiata sul petto, o per meglio dire sulla maglietta blu… sul coprispalle blu… che non avevo fatto in tempo a togliere… Ho sollevato tutto più che potevo e me la sono messa pelle a pelle. Era ancora scivolosa. Era così piccola e leggera. Come coi fratellini, è stato amore a prima vista.

Abbiamo mandato un messaggio ai nonni, che non riuscivano a capacitarsene, visto che eravamo partiti da casa nemmeno mezz’ora prima!

 

Erano le 5.15 del mattino. Due ore e quattro minuti dopo la prima contrazione; ventirè minuti dopo essere usciti di casa; forse quindici minuti o giù di lì dopo essere entrata in ospedale. Non me lo aspettavo così rapido, ed è stato piuttosto sconvolgente. E’ vero che in questo modo il dolore è durato poco, ma il distacco è stato quasi traumatico. Non ho avuto tempo di “salutare” la pancia, di accompagnare la mia piccola nella sua uscita verso il mondo, di vivere il travaglio e il parto con la lucidità e la consapevolezza che avrei voluto.

 

Per le prime settimane non è stato facile, ogni volta che ci pensavo mi veniva da piangere. Ora va meglio, anche se un po’ di dispiacere rimane.
Rimane però anche l’emozione di questa esperienza vissuta per la prima volta di notte… i fratellini sono nati uno alle 15 e uno alle 10.50, invece Veronica ha deciso di arrivare nel buio e nel silenzio che precede l’alba, quando il mondo è ancora addormentato, le strade sono deserte e le uniche luci sono quelle arancio tenue dei lampioni.

E’ arrivata mentre in giro per l’ospedale non c’era un’anima, mentre la sala parto era quieta, mentre tutto, intorno, sembrava come ovattato.

E quando ci hanno portato in camera, ho potuto salutare il nuovo giorno che sorgeva fuori dalla finestra con la mia piccola principessa tra le braccia.
E’ stato bello.

 

E ora… siamo finalmente in cinque!

 

 

 

Disclaimer

I dettagli sui nomi degli ospedali o dei professionisti, vengono omessi o modificati dalla redazione per evitare ogni relazione con gli specifici punti nascita. I contenuti scelti sono tratti dai raccolti nel forum di Mammole o pervengono direttamente alla redazione segreteria[at]mammole.it e la pubblicazione viene rilanciata su tutta la rete del network, che è costituita da centinaia di pagine FB dei vari ospedali locali. I racconti non possono essere pertanto riconducibili a nessun luogo di nascita preciso, la pubblicazione sulla pagina del singolo reparto non lo identifica come un evento avvenuto nella specifica struttura.

 

 

 

 

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