Comunicazione non violenta e genitorialità empatica ✿

comunicazione

Iniziare con una domanda è d’obbligo: perché parlare di comunicazione non-violenta?
Cosa presuppone la violenza nella comunicazione con i bambini?

 

Il concetto di “violenza” non è limitato agli atti come percosse, spinte e prevaricazioni fisiche di vario genere, ma si estende anche a tutte le condizioni in cui la disparità genitore-figlio si riflette in comportamenti tali da costringere il bambino ad agire in un determinato modo.
Non soltanto, quindi, un contesto di azione (il genitore che strappa di mano al bambino un giocattolo che ha sottratto ad un compagno), ma anche il meccanismo premio-punizione e le imposizioni che scaturiscono dalla posizione di potere del genitore nei confronti del bambino.

 

 

 

Legittimare la violenza comunicativa, di fatto, equivale a legittimare una prevaricazione.

Il giocattolo strappato di mano non ripaga un torto, ma insegna che la prepotenza è prerogativa del “più grande”. Il premio o la punizione non creano un clima di comprensione reciproca e collaborazione, ma estorcono un comportamento percepito, di fatto, come un’imposizione, o come una condizione necessaria per l’accettazione e la gratifica.

E’ necessario, pertanto, un cambiamento di prospettiva: passare dalla visione classica del bambino come essere furbo e manipolatore, a quella di una persona dotata di comprensione empatica, desideri e capacità comunicativa.

La definizione inglese della comunicazione non-violenta è “Compassionate Communication” (I. Kashtan). Compassione intesa come com-passione, ovvero “sentire insieme”. E questo implica un impegno simultaneo di genitori e bambini: il genitore cerca di comprendere lo stato emotivo del figlio, il figlio percepisce quello del genitore.

 

Il bambino che manifesta il proprio disagio attraverso ciò che comunemente viene definito “capriccio” desidera essere compreso ed accettato.

Il genitore che evita i giudizi di valore (“Sei sempre il solito”, “Non sei mai contento”) ma si dispone in un atteggiamento di comprensione empatica (“Sei arrabbiato perché saresti voluto rimanere ancora al parco?”, “Preferiresti giocare invece di dover uscire?”) aiuta il bambino a comprendere ed accettare i propri stati d’animo e lo fa sentire alla pari in uno scambio con l’adulto.

Allo stesso modo, il genitore che esprime le proprie sensazioni senza imporre rapide soluzioni (“Mi piace poter essere puntuale al lavoro”, “Mi sento meglio quando vedo la casa ordinata”) crea un legame emotivo con il bambino e non nasconde i propri desideri dietro imposizioni.

 

Marshall Rosenberg, direttore educativo e fondatore del “Center for Nonviolent Communication”, pone ai genitori una domanda fondamentale: indipendentemente dal comportamento che essi desiderano dal proprio bambino, quali motivazioni vogliono porre alla base di quel comportamento?

 

 

 

 

forum approfondire segue

 

 

Una risposta a “Comunicazione non violenta e genitorialità empatica ✿”

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>